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In una trading room, qualche temo fa. Dopo aver fatto
amicizia con la pletora di investitori che decidono di dedicare il proprio
tempo e il proprio capitale al trading mi imbatto in un signore, guarda caso il
mio vicino di postazione, che inizia a parlare di soldi e felicità.
Un po’ per provocazione - capirò successivamente che all’interno era
considerato il leader - e un po’ perché ci credeva disse: “non vedo l’ora di
guadagnare parecchio per togliermi da questo maledetto trading.”
Intervengo, timidamente, come ad un esame universitario,
cercando con un cenno lo sguardo del professore che mi fa capire che sto
dicendo cose corrette. Gli dico che la mia felicità era proprio fare trading
indipendentemente dai risultati. Basta che siano positivi, ovviamente.
Nessuno interviene. Si aspetta che il leader si esponga per
primo. E lui si espone dicendomi che non capivo un cazzo. A quel punto mi
trasformo, basta con il timido scolaretto! Gli dico che se anche guadagnasse
miliardi in Borsa, cosa che non potrà mai accadere, non sarebbe ugualmente
felice. Lui se ne va, scocciato di parlare con il nuovo arrivato. Oggi ho
saputo che si è messo a fare l’idraulico con suo padre.
Vorrei spiegare perché ero così convinto di quella frase. Ma
per questo è necessario chiarire i termini, non illudere nessuno sul concetto
di felicità e darne la giusta e unica definizione per l’essere umano
imperfetto.
Il dottor John Schindlerl la definisce così: “Uno stato mentale in cui abbiamo
pensieri piacevoli per buona parte del tempo”. Questa definizione non può
essere migliorata in nessun modo pena lo sconfinamento in un mondo irreale.
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Roberto Domenichini robixyz@inwind.it |