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RSI, l’astuzia di Wilder
di Mario Elia
 
Con l’oscillatore RSI, Welles Winder entra nell’Olimpo degli "immortali" della finanza. Il suo indicatore resta il più utilizzato al mondo per monitorare le soglie critiche dei mercati
Dopo le medie mobili e il Macd, che ne è una geniale complicazione, ci sembra opportuno prendere in esame un altro indicatore di fondamentale importanza, elaborato nel 1978 dal ricercatore statunitense Welles Wilder e divulgato nel suo celebre saggio “New Concepts in Technical Trading”. Nasce l’oscillatore RSI!

Preambolo: tutti questi strumenti, in linea di principio, appartengono alla vasta famiglia degli indicatori, all’interno della quale si è sviluppata la sottospecie degli oscillatori, così detti per la presenza di una o più linee che oscillano al di sopra o al di sotto di una barra fissa, di valore 0, o di una fascia più ampia.

RSI si muove fra 0 a 100, con tre fasce di rilievo: 0-30, 31-70, 71-100. Al di sotto dei 30 punti, ci si trova in un’area di prezzo molto depressa, detta di “ipervenduto”, che può preludere a un imminente rialzo. Al di sopra dei 70 punti, siamo invece in zona di “ipercomprato”, che all’opposto può preludere a un brusco ribasso.

Il Relative Strenght Index (RSI) riesce a misurare la criticità di un titolo in un determinato periodo. È oggi sicuramente l’oscillatore di ipervenduto/ipercomprato più utilizzato dalla comunità finanziaria internazionale, perché ha dimostrato, nel tempo, una notevole affidabilità e malleabilità.

Per la verità, esistono almeno due versioni di questo ottimo oscillatore: quella straight (che chiameremo “ortodossa”) e quella blended (che si potrebbe definire “variata”). Esaminiamo la prima: la misurazione si ottiene comparando le variazioni positive e negative dei prezzi in un arco temporale di 14 sedute.

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Mario Elia
elia.mario@libero.it
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