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I titoli reverse convertible
I prodotti finanziari
di Daniele Tortoriello
 
I reverse convertible sono genericamente e impropriamente indicati con l’appellattivo obbligazioni: sono infatti titoli atipici con un carattere altamente speculativo. Vediamone gli aspetti salienti, imparando innanzitutto a conoscerne i rischi

I reverse convertible sono da considerarsi titoli atipici in quanto non assimilabili a nessuna delle categorie standard di strumenti finanziari emessi sui mercati finanziari. Spesso vengono definiti obbligazioni (ovvero obbligazioni strutturate) reverse convertible; tuttavia l’accostamento con il concetto di obbligazione non è corretto in quanto i reverse convertible non garantiscono a scadenza il rimborso del capitale investito, ed è proprio per questo motivo che questi strutturati sono considerati atipici.

Questi titoli sono composti da un’obbligazione zero coupon a breve termine e da un’opzione put, in genere su titoli azionari, a favore dell’emittente il titolo. Tale opzione concede all’emittente la facoltà, invece di rimborsare il capitale investito, di consegnare un ammontare predefinito di azioni (o il loro controvalore in denaro). In altre parole, il sottoscrittore del reverse convertible potrebbe essere obbligato ad ricevere un certo numero di titoli azionari al posto del capitale investito, quando il valore di mercato di questi titoli è inferiore a quanto normalmente dovuto all’investitore

Data questa struttura, alla scadenza del reverse convertible si potrebbero configurare i seguenti scenari alternativi:

  1. il prezzo del titolo azionario sottostante all’opzione put è uguale o superiore al prezzo di  esercizio dell’opzione, ovvero il valore di mercato del quantitativo predeterminato di titoli azionari è superiore al valore di rimborso delle obbligazioni sottoscritte; l’emittente non esercita l’opzione put e quindi rimborsa al sottoscrittore l’intero capitale investito;
  2. il prezzo del titolo azionario sottostante all’opzione put è inferiore al prezzo di esercizio  dell’opzione, ovvero il valore di mercato del quantitativo predeterminato di titoli azionari è inferiore al valore di rimborso delle obbligazioni sottoscritte; l’emittente esercita l’opzione put e quindi trasferisce al sottoscrittore i titoli azionari sottostanti l’opzione nel numero prestabilito.

Il  sottoscrittore pertanto si espone al rischio di vedersi consegnare a scadenza un numero prefissato di titoli azionari di una determinata società, il cui valore di mercato  può essere anche di molto inferiore all’investimento iniziale. Teoricamente, il sottoscrittore potrebbe perdere tutto il capitale investito, se alla scadenza del contratto il prezzo del sottostante risultasse pari a zero. In questo caso il sottoscrittore incasserebbe solo gli interessi calcolati sul nominale.

A fronte di questo rischio, il titolo prevede il pagamento di un’unica cedola generalmente molto superiore alle condizioni di mercato, che in passato aveva attratto tanti investitori, ignari di cosa si celasse dietro. La maggiorazione della cedola è infatti dovuta al premio dell’opzione put, venduta implicitamente dal sottoscrittore all’emittente. Tale cedola può essere scomposta nelle due componenti: interessi calcolati al rendimento corrente del titolo e premio dell’opzione. Tuttavia, agli occhi di un investitore medio queste grandezze appaiono come un’unica cedola elevata che rende particolarmente attraente il titolo.

Quanto descritto finora non esaursce però lo spettro dei rischi gravanti sull’investitori; infatti, il profilo di rischio gravante sul detentore di reverse convertible è duplice: da una parte, vi è la rischiosità cui è esposto un venditore di opzioni put, che abbiamo descritto finora; dall’altra vi è il rischio di tasso di interesse sulla parte zero coupon, il cui impatto sul rendimento è nettamente inferiore rispetto al primo. La variabilità del tasso di interesse incide sia sul prezzo dell’azione sottostante sia sullo zero coupon. Tali obbligazioni hanno generalmente una scadenza inferiore all’anno e la loro duration risulta pertanto contenuta.

La controparte del reverse convertible (l’emittente bancario) è esposta unicamente all’avverso andamento del premio dell’opzione, detenuto implicitamente nei confronti del sottoscrittore. Nel caso in cui alla scadenza l’emittente non avesse interesse a esercitare l’opzione, il premio assumerebbe un valore nullo e/o negativo e la banca sarebbe costretta a pagare tale forma di raccolta a tassi ben superiori a quelli di mercato. “Tranquilli non state in pena”, la maggior parte degli emittenti ricorre ad operazioni di copertura; rivendendo l’operazione put implicita, infatti, è possibile definire ex ante il costo della raccolta.


Daniele Tortoriello
danitorto@hotmail.com
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